Greg Lauren

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Lauren, è nato Greg Lauren Dana Smith a New York nel 1970, in una famiglia ebrea di origine bielorussa, nipote del celebre stilista Ralph Lauren. Lauren si è laureato in storia dell’arte all’ università di Princeton nel 1991. Il suo curriculum finora ha avuto più a che fare con l’arte che non con l’industria dell’abbigliamento. Artista di successo, le sue opere sono da tempo appese ai muri di molte celebrities a Hollywood.

da Vogue.it :

Perché avventurarsi nel creare vestiti dunque?

“Non si tratta di buttare un po’ di vernice addosso a qualcosa in modo da dargli un tocco artistico, ma è l’approccio quello che mi interessa,” spiega Greg. “Creo una giacca con lo stesso spirito e spontaneità che ho nel fare uno schizzo o un dipinto. Per una cucitura scelgo di usare fili diversi, allo stesso modo in cui calibro le pennellate in un ritratto”.

Come ha influenzato la tua visione crescere nella famiglia Lauren?

“Ho avuto modo di imparare fin da bambino il potere dei vestiti e cosa vuol dire avere stile e cultura. Non perché qualcuno mi abbia insegnato come cucire o come fosse costruita una giacca, ma semplicemente osservando come certi personaggi iconici indossavano i propri abiti, con una certa integrità e qualità. Quell’esperienza ha definito un’idea ben precisa di come dovrebbe essere un uomo, cosa dovrebbe indossare e come si dovrebbe comportare. E che se indossi la cosa giusta puoi essere come i tuoi eroi”.

E’ per questo che la tua arte in un certo qual modo ha sempre incluso delle referenze al mondo della moda?

“Come artista sono sempre stato attratto da immagini iconiche. Nella serie The Superheroes avevo cercato di analizzare tale concetto con dipinti di eroi quando non erano eroici; quando non erano sotto i riflettori.

Poi ho imparato a cucire, ho fatto una mostra di vestiti di carta, ed è cambiato tutto. Ho deciso di esplorare il rapporto tra immagine e identità e di capire come alla fine la moda influisce su quello che siamo. Ho iniziato ad analizzare me stesso, come l’abbigliamento ha condizionato il tipo di persona che pensavo di dover essere”.

E qual è stato il risultato?

“Una mostra di 40-50 sculture in carta dell’abbigliamento più iconico maschile; il tipo che ho imparato ad amare, a indossare, e ad apprezzare nel tempo.

Da lì ho iniziato a cucire dei vestiti veri, che volevo realmente indossare e che sentivo rispecchiassero la mia vera identità di artista. Una risposta concreta a ognuno dei pezzi classici che avevo fatto dalla carta, un’espressione più vera della mia personalità”.

Arte indossabile quindi…

“Ho iniziato a disegnare la collezione spinto dal voler capire come la moda s’intrecci con i nostri desideri umani. Come ad esempio il cercare di capire la nostra universale ossessione con l’abbigliamento militare: vogliamo vestirci e sentirci come dei soldati, ma nella realtà nessuno vuole esserne uno.

Ci piace l’estetica militare e le sensazioni che vi associamo, ma non vogliamo guadagnarcele scendendo sul campo. Quindi mi sembrava interessante prendere qualcosa che è generalmente usata da un soldato, come uno zaino vintage oppure la sua canotta, insomma alcuni tra gli oggetti più utilitari, e trasformarli in un abito bellissimo ad esempio, o in qualcosa di sartoriale. Quindi da una parte voglio esplorare il concetto di soldati della moda, e dall’altra il motivo del nostro amore per l’abbigliamento militare”.

Molti pezzi nella collezione sono fatti con tessuti volutamente deteriorati

“C’è un gruppo chiamato ‘Destroy Cashmere’ dove del cashmere bellissimo viene letteralmente distrutto: l’effetto è così logoro che demistifica la preziosità della lana e ne toglie la sua arroganza!

C’è anche una giacca chiamata ‘The New Tux’ perché prende i tessuti tradizionali del tuxedo e li trasforma in qualcos’altro: la lana e la seta viene lavata e quindi e’ spiegazzata, distorta e senza forma, ovvero tutto quello che un tuxedo non è”.

Crei tutti gli abiti nel tuo studio?

“Si. Ho un piccolo team selezionato di persone che lavorano dal mio studio a Los Angeles e facciamo tutto là.

Li ho scelti perché capiscono l’importanza del dettaglio; molti provengono da un background nel design del costume, quindi hanno un occhio allenato a quel livello di creatività. Nessun pezzo lascia il mio studio se io non ho preso parte almeno in una parte della confezione. Ad esempio, tutte le giacche hanno un’etichetta scritta a mano da me”.

di Giovanna Maselli

 

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